MALERBA

 

 

 

Il mio progetto prende le sue mosse dall’osservazione botanica di un campo lasciato a maggese.

Mi sono lasciato guidare dalla natura, dalle forme e dalle metafore che le erbe spontanee potevano suggerirmi.

Queste erbe oscillano fra le loro qualità e il giudizio “sociale” che si ha di loro.

Le si categorizza come infestanti.

Antagoniste dei cicli di buona coltura, come se in natura possano realmente esistere semi buoni e semi cattivi.

Semmai esistono semi che germinano malgrado i piani di coltivazione che sono finalizzazioni prettamente umane e che di naturale, inteso come spontaneo, hanno ben poco.

La natura fa il suo gioco ripopola un campo abbandonato e ricerca la biodiversità sempre, perchè questo è il suo legame stretto con la vita.

A rafforzare l’idea che la natura in sè sia madre o matrigna e che i semi non siano tutti uguali ma abbiano un comportamento morale o ancor di più una natura morale, sono le sacre scritture e le parabole, o l’interpretazione che si da di esse, che raccontano di questa presunta natura. Una per tutte è la parabola della Zizzania (Matteo 13.24-30).

Osservando queste erbe, oltre alla loro natura infestante, si può notare una tenacia, una pulsione vitale e un’adattabilità alle condizioni del terreno molto spiccate.

Questa forza viene tradita però da una geometria formale, una struttura il più delle volte prettamente aerea e svettante verso l’alto, fatta di sottili legami di punti, quasi cesellati nell’aria.

E’ come se queste piante desiderassero il cielo più delle altre e esponessero per intero il loro corpo all’oscillazione del vento, dell’inatteso, dell’imprevisto.

Sicuramente la Fragilità è il loro secondo volto.

Questa loro naturale ambivalenza unita alla considerazione “sociale” che si ha di loro, mi ha portato a intrecciare nella fotografia di ritratto una trama identitaria fra erbe e persone le cui vite potessero assomigliare alle caratteristiche di queste piante.

Da qui nasce la collaborazione con il Centro Osservazione e Diagnosi di Modena e il progetto di un laboratorio didattico sulla percezione di sè e dell’altro attraverso il ritratto e l’autoritratto fotografico.

Il mio ritrarre i ragazzi, a conclusione del laboratorio, dopo aver istituito con loro un rapporto di fiducia e di identificazione rappresenta l’ultimo atto del corso e costituisce la materia di questo mio lavoro.

Il lavoro si compone di 15 dittici.